tag:blogger.com,1999:blog-92385882007-09-20T00:09:36.639+02:00Import export sementiGarpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comBlogger97125tag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1165066253096110632006-12-02T14:28:00.000+01:002006-12-02T14:35:19.383+01:00Agricoltura libanese in ginocchio. Carenza di sementi.<div align="justify">In Libano si fanno ancora i conti per capire quant'è costata la guerra in termini economici. Secondo un <strong>rapporto della Fao </strong>diffuso oggi, i danni e le <strong>perdite all’agricoltura</strong>, alla pesca e al settore forestale causati dalle ostilità della scorsa estate ammonterebbero a 280 milioni di dollari. Il conflitto ha colpito il <strong>settore agricolo </strong>in modo diretto, per via dei bombardamenti che hanno danneggiato o distrutto le coltivazioni, gli allevamenti e le <strong>attrezzature agricole</strong>. Ma molto più grave, secondo la Fao, è stato l’impatto economico indiretto del conflitto in termini di <strong>perdita dei mercati </strong>e di posti di lavoro.I bombardamenti hanno avuto come bersaglio principalmente il sud del Libano e i sobborghi sud di Beirut, aree tra le più povere del paese. Nel Libano meridionale, l’agricoltura rappresenta quasi il 70 per cento delle fonti di reddito delle famiglie. Le perdite maggiori sono attribuite all’impossibilità di accedere ai campi durante il conflitto, che ha coinciso con un momento cruciale per il raccolto di alcune coltivazioni destinate all’<strong>esportazione </strong>(soprattutto <em>frutta e patate</em>). Secondo il rapporto, buona parte della produzione di quest'anno è rimasta a marcire nei campi. Per di più, molti campi agricoli saranno inutilizzabili fiché non verranno rimosse le bombe inesplose. Questa è la situazione per il 25 per cento della terra coltivata del sud del Libano, dove il totale delle <strong>perdite finanziarie del settore agricolo </strong>ammonta a circa 232 milioni di dollari. Ingenti danni, per il Libano, si registrano anche nei settori dell'allevamento (22 milioni), della pesca (9,7) e in quello forestale (16). Per sostenere la popolazione libanese, la Fao sta cercando 17 milioni di dollari che serviranno a <strong>distribuire sementi</strong>, piante e <strong>fertilizzanti </strong>ai contadini che si erano indebitati contando sul raccolto per ripagare le somme ricevute in prestito. Secondo l’agenzia Onu, queste attività devono però essere svolte in stretto coordinamento con le autorità addette allo sminamento. Altri interventi prevedono la ditribuzione di capi di bestiame, foraggio e prodotti veterinari agli allevatori, la ricostruzione delle strutture per la pesca e la mappatura dei danni forestali. </div><div align="justify"></div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1164548413539661442006-11-26T14:36:00.000+01:002006-11-26T14:40:13.776+01:00In calo le vendite di sementi di mais<p align="justify">Le <strong>superfici coltivate a mais </strong>in Italia, nel 2006, si sono complessivamente attestate tra destinazione a <em>granella </em>e per <em>insilato </em>su circa 1.180.000 ettari, con una contrazione di 60-70.000 ettari rispetto alla campagna precedente. Lo comunica l'AIS - <strong>Associazione italiana sementi</strong>, rendendo noti i risultati di una indagine condotta tra le <strong>aziende sementiere </strong>del settore maidicolo. Il dato elaborato dalle <strong>vendite di sementi </strong>- sottolinea l'AIS - dovrebbe consentire di avere un'idea più precisa sui reali investimenti nazionali e sulle produzioni effettivamente disponibili sul mercato, visto che le statistiche ufficiali e le stime da altre parti diffuse non sono affatto convincenti. L'<strong>indagine AIS sulle sementi di mais </strong>ha visto quest'anno anche un approfondimento, elaborato su una <strong>quota del mercato delle sementi</strong>, circa la destinazione della produzione e le classi di maturità. E' emerso che viene destinato alla produzione di granella il 75% circa della superficie maidicola, mentre alla produzione di insilato il restante 25%. Per quanto riguarda invece il diverso grado di precocità dei materiali coltivati, il <strong>mercato</strong> si suddivide tra varietà medio-precoci (classi FAO 200, 300 e 400) con circa il 19%, varietà medio-tardive (classi FAO 500 e 600) con il 60% e varietà tardive (classe FAO 700) con il 21%. E' la seconda campagna consecutiva, dopo la <strong>riforma PAC </strong>avviata nel 2004, che la superficie maidicola in Italia subisce una contrazione. Ed il sensibile aumento con le recenti <strong>semine autunnali</strong> delle superfici a <em>frumento</em>, soprattutto nelle Regioni del Nord, non lascia grande spazio per un eventuale recupero del mais nella prossima campagna. </p>Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1163621692253973792006-11-15T21:08:00.000+01:002006-11-15T21:14:57.393+01:00Impiego di sementi nell'agricoltura biologica<div align="justify">L'agricoltura biologica comporta l'utilizzo di <strong>sementi </strong>ottenute secondo metodi biologici.<br />Affinché gli agricoltori e le aziende possano più facilmente reperire <strong>sementi prodotte </strong>secondo metodi biologici, gli Stati membri devono istituire una base dati on line nella quale i <strong>fornitori di sementi </strong>possano registrare le <em>sementi </em>e i <em>tuberi-seme di patate</em>, prodotti secondo il metodo di coltivazione biologico, che intendono immettere sul mercato.<br />Qualora non siano disponibili <strong>sementi</strong> della specie che un coltivatore biologico desidera produrre o non siano disponibili varietà adeguate, è possibile chiedere all'organismo di controllo una deroga per poter utilizzare <strong>sementi</strong> di tipo non biologico.<br />Per le specie per le quali in futuro saranno disponibili <em>quantitativi sufficienti di sementi</em> ottenute con metodo biologico non dovrebbe essere autorizzata <em>l'utilizzazione di sementi</em> e di <strong>tuberi-seme di patate</strong> non ottenuti con il metodo di produzione biologico. Sarà quindi fissato quanto prima possibile un elenco delle specie escluse dal campo di applicazione della deroga.<br />In attesa che siano adottati criteri adeguati a livello comunitario, le disposizioni applicabili ai materiali di riproduzione vegetativa diversi dai tuberi-seme di patate sono lasciate a discrezione degli Stati membri. </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1163611517019905982006-11-15T18:20:00.000+01:002006-11-15T18:25:17.210+01:00Controlli sul riso importato<div align="justify"><a href="http://www.agenfax.it/index.php/content/view/7068/44/">da AgenFax</a></div><div align="justify">Dopo la scoperta di <strong>riso importato</strong> dagli Usa contenente Ogm non autorizzati, sono scattati in Europa i “contro-test” alle dogane o “punti d’ingresso” su ogni <strong>partita di riso</strong> "long grain" proveniente dagli Stati Uniti per verificare la veridicità della <em>certificazione OGM</em> - free rilasciata dalle autorità americane.Lo dispone un <strong>provvedimento comunitario</strong>, accolto con positività nei commenti di Diego Furia, direttore della Coldiretti di Novara e Vco, il cui territorio costituisce una delle maggiori realtà risicole italiane (foto Novara).<br />“E’ un provvedimento teso a garantire trasparenza e sicurezza ai consumatori, in grado di dissipare paure latenti che possono solo far male al <strong>mercato</strong> e, di riflesso, alle nostre imprese” dice Furia.“<strong>Coldiretti </strong>ha sempre sostenuto la necessità di misure di trasparenza sulle etichette delle <em>confezioni di riso</em>, e ciò per evidenziare soprattutto la grande qualità del nostro prodotto nazionale, il migliore d’Europa e del mondo: ora, ai consumatori, va rinnovato l’invito a scegliere riso “made in Italy” così da portare in tavola, senza alcun timore, “trasparenza, qualità, rintracciabilità e sicurezza alimentare”… tutto in un semplice chicco di riso”.Ma torniamo ai <strong>controlli comunitari</strong>: la decisione, già operativa, è stata assunta dal Comitato permanente per la Catena alimentare e la salute degli animali, su proposta della Commissione europea: l’arrivo di riso contaminato in diversi Stati Europei (Francia, Svezia, Germania, Austria, Gran Bretagna) ha dimostrato la particolare gravità e dimensione dell'allarme, sul quale va ad innestarsi anche il ritardo con cui le autorità Usa hanno fornito informazioni all'Unione Europea e dalla recente scoperta di false dichiarazioni Ogm-free, rese in America e richieste dalla Commissione Ue per arginare il fenomeno. Situazione complessa, dunque, che gli stessi agricoltori statunitensi hanno riconosciuto con la decisione di citare in giudizio la <strong>società produttrice delle sementi</strong> contaminate da Ogm: i maggiori danni subiti dai produttori Usa sono imputabili al blocco delle importazioni di riso americano da parte delle autorità giapponesi, che dopo l’insorgere dell’anomalia ha di fatto chiuso i mercati.La speranza di tutti è che possa così finalmente chiudersi una vicenda iniziata da parecchio tempo, ovvero dal 31 luglio scorso quando la società Bayer, produttrice del <strong>riso Ogm LLRICE601</strong> non autorizzato, ha informato le autorità statunitensi che solo qualche giorno dopo lo hanno comunicato alla Commissione Ue.E’ stata così varata la norma che obbliga alla presentazione di una certificazione che garantisca l'assenza di ogm per tutte le importazioni di riso mentre ora, con i contro-test, ci sarà un elemento di sicurezza in più a garantire i mercati e i consumatori europei.“Ma il vero obiettivo – conclude il direttore Furia – è giungere presto alla definizione dell’Igp “Valle del Po” per il prodotto degli oltre 200 comuni di Piemonte e Lombardia produttori di un riso che sarà certificato e promosso come essenza della qualità e della rintracciabilità italiana.L’Iter sta attraversando ora le necessarie fasi burocratiche, poi davvero si potrà scrivere una nuova, importante pagina nella storia più che secolare della nostra risicoltura”.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1163611161654599862006-11-15T18:14:00.000+01:002006-11-15T18:19:22.093+01:00Nasce il Manifesto liberi da ogm<div align="justify">da <a href="http://www.lanuovaecologia.it/scienza/biotech/6520.php">La Nuova Ecologia</a></div><div align="justify">No agli Ogm, difesa delle tradizioni, delle biodiversità, della cultura e del territorio. Sono questi i valori dell'<strong>agricoltura</strong> e dell'<strong>agroalimentare</strong> <strong>italiano</strong> che guarda al futuro fissati nel manifesto promosso dal Consiglio dei Diritti Genetici di Mario Capanna, sottoscritto da 18 organizzazioni, rappresentanti del <em>mondo agricolo</em>, di quello ambientalista, dell'artigianato, della grande distribuzione, dei consumatori e della scienza, presentato ieri a Roma, e al quale ha aderito oggi il <strong>ministro delle politiche agricole</strong> Paolo De Castro.«L'obiettivo – ha spiegato Capanna – è quello di riportare l'agroalimentare e l'agricoltura al centro dello sviluppo. È tempo infatti - ha detto - che il settore primario torni a ricoprire un ruolo centrale in Italia con una conseguente rimodulazione degli impegni di spesa e di quelli politici del Governo». La lotta agli Ogm è il capitolo più vicino da affrontare. La prima tappa per il cartello delle 18 organizzazioni è quella di premere sul governo perché si opponga all'emendamento Ue che ammetterebbe una contaminazione ogm anche nelle <strong>coltivazioni biologiche</strong>. «Proprio questo emendamento fa saltare l'altarino della tanto sbandierata possibilità di coesistenza fra colture ogm e non ogm» attacca Campana. Per le organizzazioni che aderiscono al manifesto, il governo non deve limitarsi a votare contro ma deve trovare alleanze vincenti contro gli Ogm. Oggi la coalizione liberi da Ogm si è autoconvocata al <strong>Ministero delle politiche agricole</strong>, forestali e alimentari per affrontare i problemi connessi alla normativa comunitaria sugli ogm. E l’incursione ha portato buoni frutti. Tolleranza zero sugli Ogm nel biologico e adesione al manifesto programmatico sugli Ogm. È quanto ha dichiarato il <em>ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali</em>, Paolo De Castro, intervenendo agli Stati generali della coalizione Liberi da Ogm che si sono riuniti per discutere della proposta di regolamento del Consiglio europeo, relativo alla <strong>produzione</strong> e all'etichettatura dei <strong>prodotti biologici</strong> che dovrebbe sostituire il regolamento esistente, in vigore dal 1991. Fin dalla prima versione, rileva il Consiglio dei diritti genetici, nel regolamento è stato introdotto il principio secondo il quale ai prodotti biologici verrebbero applicate le stesse soglie di contaminazione da Ogm stabilite per i prodotti convenzionali, ovvero lo 0,9%.«Su questo daremo battaglia – ha aggiunto De Castro – anche per quanto riguarda le <strong>sementi </strong>e se riusciamo a togliere dal campo i frankenstein-food faremo già dei passi avanti, unire il mondo animale e vegetale è eticamente scorretto e su questo potremo trovare condivisione anche del mondo cattolico, si può ragionare, invece, sugli Ogm si seconda generazione, intraspecie». Ora, l'ampio schieramento di forze che si è messo in moto conta su «impegni e comportamenti del governo italiano - ha commentato Mario Capanna - sia a Roma che a Bruxelles». E proprio in sede comunitaria, il ministro auspica che sarà possibile fare passi avanti, in particolare sotto la presidenza tedesca, dalla quale «riceveremo una mano» come ha spiegato De Castro che ha incontrato ieri il ministro dell'agricoltura tedesco Horst Seehofer.</div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1161373044288803472006-10-20T21:37:00.000+02:002006-10-20T21:37:29.263+02:00Agribosco: l'antica tradizione umbra a tavolada <a href="http://www.greenplanet.net/Articolo17452.html">GreenPlanet</a><br /><div align="justify">Questa è Agribosco e tali sono i principi che guidano l'azienda, modellata per garantire ai propri clienti la provenienza delle <strong>materie prime </strong>utilizzate e l’assoluta professionalità e cura di ogni fase del processo produttivo. <strong>Cereali secchi</strong>, <strong>legumi secchi </strong>e <strong>farine macinate a pietra</strong>, confetture e composte di frutta, legumi pronti in vaso di vetro, creme per condimenti, ma soprattutto il farro, un cereale antico e ricco di proprietà: questi i prodotti principali di un'azienda che ha i propri stabilimenti produttivi e di stoccaggio a Sigillo in provincia di Perugia, all’interno del Parco Naturale del Monte Cucco, una delle zone più belle e incontaminate d’Italia, e che opera nell'ambito del <em>Consorzio Agrobiologico Agribosco</em>, composto da 91 <strong>agricoltori </strong>di Umbria, Marche, Toscana, Piemonte e Lombardia. Le <strong>sementi </strong>utilizzate dai coltivatori del Consorzio vengono fornite e garantite dalla Agribosco che cura anche il progetto “<strong>Sementi Antiche</strong>”, ovvero la cura e la valorizzazione delle sementi originarie dell'Umbria e quindi della sua biodiversità. “Con la collaborazione scientifica di diversi istituti di ricerca di fama internazionale” dice <strong>Marzio Presciutti Cinti</strong>, <em>direttore generale di Agribosco </em>“siamo riusciti a portare in purezza più di 700 varietà di Farro Triticum Dicoccum originario delle valli umbre. Successivi studi condotti in collaborazione con l'università di Perugia ci hanno permesso poi, di selezionarne 6 varietà che, grazie all'ausilio di <em>test salutisco-nutrizionali</em>, hanno rivelato ottimi indici glicemici e di svuotamento gastrico, e quindi un'ottima capacità di favorire l'assobimento di zuccheri e la digestione. Il nostro obiettivo è combattere il sempre più dilagante problema delle intolleranze e delle <strong>allergie alimentari</strong>, che possono trovare origine proprio nella modificazione della struttura proteica e glutinica del seme”. Questo importante lavoro trova la sua sintesi con la Carta d'Identità del prodotto, posta proprio sul fronte etichetta. Nella Carta d'Identità è riportato il nome del coltivatore socio del Consorzio, il luogo di coltivazione e la quantità realizzata per quel lotto. Inoltre la <em>filiera di produzione </em>è certificata secondo lo standard UNI 10939-2001, un insieme di regole estremamente dettagliate che garantiscono il consumatore non solo sulla provenienza del prodotto, ma anche su tutte le lavorazioni intermedie che le materie prime subiscono, dal campo fino ad arrivare al prodotto finito. L'ultimo nato in casa Agribosco si chiama <strong>Agri-Bio-Pellet</strong>, una novità assoluta nel campo delle <em>fonti alternative di ricaldamento</em>. E' sempre più diffusa infatti, negli ultimi tempi l'utilizzo di caldaie domestiche o condominiali alimentate a pellet. Sotto questo aspetto Agri-Bio-Pellet rappresenta l'unica alternativa biologica del settore. I pellet in questione infatti, sono realizzati esclusivamente con pule, <strong>crusche e cereali </strong>provenienti da agricoltura biologica. “Questo è solo uno dei tanti momenti del nostro lavoro che si basa essenzialmente sul rispetto assoluto per i cicli della natura e che ci ha condotto a sviluppare l’<strong>agricoltura biologica </strong>nelle aree più verdi e incontaminate del centro Italia” dice Marzio Presciutti Cinti “lontano dalle grandi aree indistrializzate e di coltivazioni intensiva e convenzionale del terreno. Così facendo cerchiamo di dare il nostro contributo per evitare l’abbandono delle campagne ridando valore ad un prodotto autentico e puro. Tutta la nostra organizzazione è orientata al raggiungimento di due obiettivi primari: la qualità dei prodotti e l'efficienza dei processi, eliminando sprechi e diseconomie che nuocerebbero inevitabilmente al consumatore”.</div>Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1158419683270061932006-09-16T17:06:00.000+02:002006-09-16T17:14:43.700+02:00DuPont e Bunge: collaborazione per produzione delle sementi da applicazioni industriali<div align="justify">Amana, Iowa, USA, 15 settembre 2006 – DuPont e Bunge hanno deciso di estendere la loro collaborazione, nata per i <strong>prodotti alimentari e nutrizionali </strong>a base di <strong>soia</strong>, alle applicazioni industriali, ai biocarburanti e non solo.<br />"Nei tre anni di collaborazione, abbiamo assistito all'incremento esponenziale dell'interesse del mercato per i biocarburanti e i settori industriali e alimentari. Siamo fortemente impegnati a immettere i nostri prodotti sul mercato, cosi da rispondere alla crescente domanda del settore", afferma Erik Fyrwald, group vice president, DuPont Agriculture & Nutrition.<br />Cosi Carl Hausmann, president e CEO, Bunge North America: "Detta collaborazione unisce il know-how e le risorse dei due leader del mercato estendendole a tutta la catena del valore dell'<strong>industria dei semi di soia</strong>. Siamo lieti del successo ottenuto dal nostro olio di <strong>semi di soia </strong>a basso tenore linolenico che soddisfa i clienti del <em>settore alimentare</em>, alla ricerca di un'alternativa ai grassi trans. Siamo entusiasti del potenziale dei nuovi prodotti a base delle <strong>sementi di soia</strong> che, forti del successo nel settore alimentare, ci consentiranno di servire meglio anche l'<em>industria del biodiesel </em>a base di soia, settore in rapida crescita".<br />DuPont e' impegnato a offrire nuove tecnologie per il crescente <strong>mercato dei biocarburanti</strong>, fornendo migliori <strong>sementi e soluzioni per la protezione dei raccolti</strong>; sviluppare nuove tecnologie per consentire la conversione della cellulosa in biocarburanti, e realizzare biocarburanti di nuova generazione, fra cui il biobutanolo. Oltre a sviluppare <strong>sementi ibridi di mais </strong>per l'etanolo, Pioneer Hi-Bred International, Inc., affiliata di DuPont, ha in atto la caratterizzazione delle <strong>varieta' di semi di soia </strong>con marchio Pioneer® in base al tenore di olio al fine di determinarne l'impatto sulla produzione di biodiesel.<br />Il lancio del marchio Treus™Per sancire l'ampliamento della loro collaborazione, DuPont e Bunge intendono lanciare Treus™, il nuovo marchio della famiglia di <em>prodotti a base di soia</em>, nata da tale partnership, che offre maggiore potere nutritivo, nonche' migliore sostenibilita' e funzionalita'.<br />L'<strong>olio di semi di soia </strong>a basso tenore linolenico estratto da varieta' di <strong>semi di soia </strong>con marchio Pioneer®, precedentemente commercializzato con il nome di Nutrium Low Linolenic Soybean Oil, sara' ora distribuito con il nome Treus™ Low Linolenic Soybean Oil.Valide opportunita' per gli agricoltori<br />DuPont e Bunge si sono aggiudicate una solida posizione nel mercato in espansione dei <strong>semi di soia </strong>a basso tenore linolenico. La collaborazione, che sta generando valide opportunita' per gli agricoltori, rappresenta una fonte affidabile di produzione d'olio di alta qualita' per soddisfare la domanda delle aziende alimentari che desiderano ridurre o eliminare i grassi trans dai loro prodotti.<br />Gli ettari coltivati a <strong>semi di soia </strong>a basso tenore linolenico Pioneer® sono passati da 14.164 nel 2005 a quasi 80.938 nel 2006; nel 2007, e' previsto un ulteriore deciso aumento delle coltivazioni al fine di soddisfare la crescente domanda della clientela. Da una ristretta zona di coltura nello Iowa creata nel 2005, l'area coltivata si e' estesa di anno in anno e si prevede che per la stagione 2007 coprira' otto stati, ovvero Iowa, Illinois, Indiana, Ohio, Michigan, Missouri, Pennsylvania e Wisconsin.<br />Inoltre, Pioneer continua a estendere la propria gamma di varieta' di <strong>semi di soia a basso tenore linolenico </strong>della sua linea di prodotti ad alte prestazioni. Fra le novita' per il 2007 vi sono molte nuove varieta' coltivabili in aree geografiche piu' estese con tempi di maturazione diversi.<br />Le varieta' di <strong>semi di soia </strong>con marchio Pioneer fanno parte del programma Pioneer IndustrySelect®, che aiuta gli agricoltori a selezionare gli ibridi o le varieta' specifiche per gli usi finali desiderati.Bunge sostiene attivamente la rapida crescita della domanda di <strong>olio di semi di soia a basso tenore linolenico </strong>estratto dai <em>semi di soia </em>a basso tenore linolenico con marchio Pioneer. Nel 2005, la societa' ha infatti soddisfatto gli impegni produttivi nei confronti delle societa' alimentari ed e' attualmente in linea con gli obiettivi prefissati per il 2006. I prodotti in fase di sviluppo.<br />L'olio di <strong>semi di soia a basso tenore linolenico </strong>e' stato il primo prodotto lanciato dalle due societa'; in fase di sviluppo vi sono ora alcuni prodotti a base di <em>olio e farina di semi di soia</em>, fra cui gli oli ad alto tenore oleico e oli ad alto tenore sia oleico che stearico.<br />I prodotti ad alto tenore oleico e ad alto tenore oleico/stearico offrono notevoli vantaggi alle aziende di trasformazione alimentare e alle industrie. L'olio ad alto tenore oleico/stearico fornira' alle aziende alimentari un ingrediente da forno ad alto tenore di materie solide e a basso contenuto di grassi trans per i cibi confezionati che richiedono maggiore shelf life come biscotti, cracker e cereali.<br />Inoltre, l'olio ad alto tenore oleico offre a ristoratori e aziende alimentari un prodotto a basso contenuto di grassi trans e migliori proprieta' di frittura. L'olio ad alto tenore oleico presenta caratteristiche funzionali per l'industria che consentono di sviluppare dei prodotti da fonti rinnovabili ed ecocompatibili in alternativa a quelli a base di petrolio.<br />I ricercatori di Pioneer stanno sviluppando delle varieta' di <strong>semi di soia per la produzione di farine </strong>a piu' alto contenuto di amminoacidi per una piu' efficiente produzione alimentare. L'incremento della produzione di biodiesel determina una superiore disponibilita' di <em>farine di semi di soia</em>, cio' che sottolinea l'importanza di migliorare la qualita' delle farine di soia.<br />La Bunge e DuPont Biotech Alliance e' stata istituita nel 2003. Le societa' hanno inoltre creato The Solae Company, una joint venture volta a migliorare i prodotti a base di soia per quanto riguarda gusto e proprieta' nutrizionali. Solae, con sede a St. Louis, registra ricavi annui superiori a 1 miliardo di dollari (USA).<br />Bunge North America (www.bungenorthamerica.com), filiale nordamericana di Bunge Limited (NYSE: BG), e' una societa' di ingredienti per alimenti e mangimi che fornisce materie prime agricole e prodotti lavorati, nonche' ingredienti per alimenti speciali a una vasta gamma di aziende operanti nel settore dell'allevamento di bestiame, pollame, trasformazione alimentare, ristorazione e prodotti da forno.<br />Con sede a St. Louis, Missouri, Bunge North America e le sue filiali dispongono di silos, impianti di lavorazione di semi da olio, raffinerie per oli commestibili e impianti di packaging, nonche' mulini a secco per il mais negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.<br />Pioneer Hi-Bred International, Inc., affiliata di DuPont, e' il maggiore produttore mondiale di soluzioni ad hoc per agricoltori, allevatori e trasformatori di granaglie e semi da olio. Con sede a Des Moines, Iowa, Pioneer offre avanzate soluzioni di fitogenetica e di protezione e qualita' dei raccolti a clienti sparsi in quasi 70 Paesi del mondo.<br />Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1157367370939985372006-09-04T12:44:00.000+02:002006-09-04T12:56:11.243+02:00Scambi commerciali di sementi tra Romania e Cina<div align="justify">Il volume degli <strong>scambi commerciali di sementi </strong>tra Cina e Romania potrebbe superare nel 2006 i due miliardi di dollari; di questi, 250 - 300 milioni potrebbero essere coperti dall'export romeno. Lo afferma Radu Zaharia, capo del direttorato generale per le Relazioni Bilaterali del Ministero dell'Economia e Commercio (MEC) nell'ambito del forum Romania-Cina.<br />Nel periodo gennaio-giugno, sono stati registrati <em>scambi commerciali </em>del valore di 995.1 milioni di dollari; la quota delle <strong>esportazioni romene </strong>è stata di 102.5 milioni. Il rappresentante del Ministero del Commercio cinese, a Bucarest insieme ad una delegazione di 11 rappresentanti istituzionali e 22 uomini d'affari ha dichiarato che le autorità cinesi sono interessate a diversificare la gamma dei <strong>prodotti sementieri commercializzati</strong> con la Romania, rendendo il Paese un elemento importante nella promozione delle relazioni della Cina con l'Europa.<br />Il momento più importante del forum è stata le firma di <em>sette accordi di cooperazione </em>tra aziende romene e cinesi. il valore totale di questi contratti è stato di 80 milioni di dollari, 53 dei quali rappresentano contratti effettivamente firmati, il resto coperto dal lettere di intenti e accordi preliminari bilaterali. I contratti si focalizzano anche sulla fornitura dell'acciaio, sui prodotti chimici, sulla cellulosa ed, ovviamente, delle <strong>sementi</strong>.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1157116996004084232006-09-01T15:16:00.000+02:002006-09-01T15:23:20.496+02:00Sementi per olio<div align="justify">Le differenze tra i vari tipi di <strong>sementi per oli vegetali </strong>(ricavati soprattutti dai <strong>semi</strong> e quindi chiamati anche <strong>oli di semi</strong>) riguarda principalmente la composizione in <em>acidi grassi</em>. La maggior parte degli oli vegetali contengono in prevalenza grassi mono e polinsaturi, e pochi grassi saturi, fanno eccezione gli "<a href="http://www.cibo360.it/alimentazione/cibi/olio/tipologie.htm#A">oli tropicali</a>" che invece contengono una grossa percentuale di grassi saturi.<br />La composizione in <em>acidi grassi dell'olio di semi</em> non varia solo da specie a specie, ma dipende anche dalle condizioni climatiche e dal tipo di terreno. Essa può anche essere variata modificando geneticamente i semi delle piante.</div><div align="justify"><a name="ARA"></a><strong></strong> </div><div align="justify"><strong>Olio di semi di arachide</strong><br />Questo olio è estratto dai <strong>semi della pianta Arachis hypogaea </strong>della famiglia delle leguminose. Ha una composizione in acidi grassi simile a quella dell'olio di oliva, poiché contiene molti acidi monoinsaturi e pochi polinsaturi. Questa caratteristica lo rende piuttosto stabile alle alte temperature, per questo motivo è adatto per friggere.<br /><a name="GIRA"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di girasole<br /></strong>È estratto dai <strong>semi di Helianthus annuus </strong>della famiglia delle Composite. La coltivazione del girasole è tipica dell'est europeo, ma negli ultimi anni si è estesa anche in Europa e in Italia. L'<em>olio di semi di girasole </em>contiene una percentuale molto elevata di grassi polinsaturi, in particolare l'acido linoleico (fino al 75%), e una notevole quantità di vitamina E (68 mg / 100 gr). Va facilmente incontro a irrancidimento a causa dell'elevato grado di insaturazione, quindi non è indicato per cucinare e friggere, e andrebbe conservato in frigorifero in bottiglie opache. Esistono <em>oli di girasole </em>ottenuti da piante geneticamente modificate che hanno un contenuto di acidi grassi modificato a favore di quelli monoinsaturi: vengono utilizzati per friggere, soprattutto nel Nordamerica, grazie alla maggior stabilità alle alte temperature.<br /><a name="LINO"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di lino<br /></strong>È estratto dai <strong>semi della pianta Linum usitatissimum</strong>, molto utilizzata fino a qualche decennio fa per produrre capi di abbigliamento. A differenza degli altri <em>oli vegetali</em>, ricchi di grassi omega 6, l'olio di lino è molto ricco di acido linolenico, il capostipite dei grassi omega 3. Ne contiene fino al 58%: per soddisfare il fabbisogno giornaliero di grassi omega 3 ne bastano solamente 6 grammi al giorno! L'acido linolenico è il più delicato tra gli acidi grassi: si ossida molto facilmente e di conseguenza il processo di estrazione dell'olio di lino deve essere fatto accuratamente, possibilmente in assenza di aria e a temperatura controllata. Fino a qualche anno fa l'olio di lino spremuto a freddo veniva prodotto esclusivamente con il <strong>metodo Baglioni</strong>, a temperatura controllata, per lo più da piccole aziende biologiche. Ora che il consumo è aumentato le aziende più grandi hanno adottato metodi molto meno delicati nei confronti del prodotto, che viene portato a temperature molto più alte che possono ossidare l'acido linolenico. Inoltre nessun produttore propone confezioni totalmente opache che proteggano l'olio dalla luce; nessun negoziante lo conserva in frigorifero per proteggerlo dalla temperatura. La probabilità di trovare un prodotto veramente fresco, quindi, è molto bassa. Consigliamo quindi di evitare il consumo di <em>olio di lino</em>, a meno di non approvvigionarsi direttamente dal produttore, assicurandosi che utilizzi il <em>metodo Baglioni </em>e che conservi in frigorifero l'olio così prodotto.Il prodotto va conservato in frigorifero in bottiglie scure, e va consumato nel giro di qualche settimana. Ha un sapore caratteristico di noce, leggermente amarognolo. Quando irrancidisce prende un sapore sgradevole di pesce.<br /><a name="MAIS"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di mais<br /></strong>È estratto dai <strong>germi dei semi di Zea mais</strong>, una graminacea tipica del Nordamerica, coltivata anche in Italia. Ha una composizione simile a quello di girasole, molto ricco di acido linoleico e vitamina E.<br /><a name="SOIA"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di soia<br /></strong>Si ricava dai semi delle numerose varietà di soia, una leguminosa originaria dell'Asia. È un olio più completo poiché contiene entrambi gli acidi essenziali, linoleico (50% circa) e linolenico (8% circa). 20 grammi di olio di soia non raffinato soddisfano il fabbisogno giornaliero di entrambi i grassi essenziali. Anch'esso andrebbe conservato in frigorifero, in bottiglie opache.<br /><a name="COLZA"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di colza<br /></strong>Si ricava dai <strong>semi di Brassica napus oleifera </strong>e di <strong>Brassica campestris</strong>, della famiglia delle crucifere. L'olio che si ottiene contiene una notevole quantità di acido erucico, una sostanza che viene metabolizzata con difficoltà dal nostro organismo umano e che si accumula nei grassi del muscolo cardiaco, causando alterazioni. La legge impone che nell'<em>olio di semi vari </em>e nelle margarine non sia presente una quantità maggiore al 5% di acido erucico. Dato che l'acido erucico è di fatto un veleno per il nostro organismo, perché consentirne l'uso anche solo di una piccola percentuale? La risposta è di carattere economico: l'<strong>olio di colza costa poco </strong>e il suo uso è molto diffuso negli oli e grassi utilizzati dalle industrie alimentari.<br /><a name="SESAMO"></a></div><div align="justify"><strong>Olio di semi di sesamo<br /></strong>È estratto dai <strong>semi di Sesamum indicum</strong>, è caratterizzato da una eguale percentuale di acido oleico e linoleico (40% circa). Ha un odore e un sapore caratteristici, viene utilizzato in molte preparazioni della cucina orientale.<br /><a name="A"></a></div><div align="justify"><strong>Oli tropicali<br /></strong>Sono gli <strong>oli derivati dalla palma da cocco</strong>. Al contrario degli altri <em>oli vegetali</em>, tutti molto ricchi di grassi mono e polinsaturi, questi oli sono ricchissimi in grassi saturi, caratteristica peculiare dei grassi di origine animale. Non si trovano in vendita per uso alimentare, ma sono molto utilizzati dall'industria alimentare (sotto la dicitura "<em>oli vegetali</em>") poiché sono economici e consentono ai prodotti di durare a lungo, proprio grazie alla scarsa presenza di grassi insaturi. Sono molto utilizzati dai ristoranti come olio di frittura, per le ottime caratteristiche di stabilità, di cui spesso si abusa: gli alimenti fritti con l'olio di palma sono accettabili (dal punto di vista organolettico) anche dopo una settimana di utilizzo intensivo!I grassi saturi, come è risaputo, sono più dannosi per la salute del cuore e delle arterie rispetto ai mono e polinsaturi. In realtà solo i grassi saturi a catena lunga alzano in modo sensibile i valori di colesterolo nel sangue, non quelli a catena media: non tutti gli oli tropicali sono dannosi per le arterie!<br /></div><div align="justify"><strong>Olio di palma<br /></strong>È estratto dal frutto della palma, <strong>Elaeis giuneensis</strong>, è caratterizzato da un notevole contenuto di grassi saturi a catena lunga, in particolare palmitico, lo stesso contenuto nel burro. <strong>È l'olio vegetale più dannoso per il cuore e le arterie</strong>, proprio a causa dei grassi saturi a catena lunga.<br /></div><div align="justify"><strong>Olio di palmisti<br /></strong>È estratto dai <strong>semi della palma</strong>, <em>Elaeis giuneensis</em>, anch'esso contiene molti grassi saturi ma a differenza dell'olio di palma questi sono a catena corta, soprattutto laurico e miristico, molto meno dannosi per le arterie del palmitico.<br /></div><div align="justify"><strong>Olio di cocco<br /></strong>È estratto dalla polpa delle noci di cocco, è ricchissimo in acidi grassi a catena media (MCT), e quindi, come l'olio di palmisti, non rappresenta un pericolo per il cuore e le arterie.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1156761701908884302006-08-28T12:36:00.000+02:002006-08-28T12:41:42.290+02:00Pillole di sementi - COME VALUTARE LA SEMENTE (6a parte)<div align="justify">CONSIGLI ALL'AGRICOLTORE PER VALUTARE LA SEMENTE<br /></div><div align="justify">Per valutare la <strong>germinabilità </strong>e la <strong>purezza della semente </strong>l'agricoltore può:<br />1 - Utilizzare germinatoi piuttosto semplici e rudimentali (sabbia o carta da filtro in un contenitore trasparente chiuso), mantenuti a umidità e temperature costanti per alcuni giorni, e verificare l'<em>attitudine germinativa del seme </em>e la rapidità con cui avviene la nascita delle piantine<br />2 - Dotarsi di una semplice lente di ingrandimento e di una lampada per:<br /> 2.1 - individuare la presenza nella <strong>massa di semi </strong>e di materiali estranei;<br /> 2.2 - osservare la <strong>conformazione del seme </strong>(<em>semi irregolari </em>o striminziti spesso sono indice di maturazione svoltasi in ambiente avverso, di raccolta troppo anticipata, di cattiva stagionatura);<br /> 2.3 - valutare il colore (deve essere caratteristico della specie e della varietà; le tinte verdi o pallide sono proprie dei <em>semi raccolti immaturi</em>; l'arrossamento o l'iscurimento dei <strong>semi di leguminose </strong>denunciano che il <em>seme </em>è vecchio; la non uniformità nel colore può far sospettare una mescolanza di semi di varia provenienza ed età); <br /> 2.4 - controllare la lucentezza (spesso i semi con l'invecchiamento diventano opachi);<br /> 2.5 -verificare l'<em>integrità del seme </em>(condizione necessaria perchè esso sia germinabile);<br /> 2.6 - valutare il peso ed il volume (se notevoli indicano abbondanza di materiali di <em>riserva nel seme </em>e quindi la possibilità di nutrire più a lungo le <em>piantine nascenti</em>; queste caratteristiche non vanno però sopravvalutate, in quanto anche da semi piccoli si ottengono colture normali). </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1156235422349306782006-08-22T10:25:00.000+02:002006-08-22T10:30:22.456+02:00Sementi di Juta - La nuova sfida del XXI Secolo<div align="justify">Dal <strong>settore agro-alimentare</strong> a quello dell'abbigliamento e dell’accessorio moda, dagli utilizzi a scopo ambientalistico all'oggettistica e all'arredamento d'interni, la <strong>juta </strong>si propone come materiale estremamente moderno e versatile, con alcune caratteristiche distintive di fondo: l'ecologicità, la naturalità, il <em>rispetto dell'ambiente</em>. Viviamo un periodo in cui, finalmente, la preoccupazione collettiva per il devastante impatto ambientale che la "società dei consumi" continua ad avere sul pianeta Terra sembrerebbe essere in aumento. Ad accrescere l’apprensione per lo stato di salute del nostro ecosistema è anche il fatto che enormi realtà come <a class="link" href="http://www.advmagazine.net/advnews-24h/index.php?q=%22Cina%22&percento=90&days=27-06-2005" target="_blank">Cina</a> e <a class="link" href="http://www.advmagazine.net/advnews%2D24h/index.php?q=India&percento=75&days=22-06-2005" target="_blank">India</a> si stiano rapidamente adeguando alle non-sostenibili abitudini occidentali (spesso oltrepassandole), facendo registrare elevatissimi tassi di inquinamento atmosferico, consumo smodato di <em>petrolio</em> e fonti di <em>energia non rinnovabili</em>, effetto serra e quant’altro. D'altronde è anche vero che delle soluzioni sostenibili esistono, e che pian piano vanno affacciandosi alla finestra dell'opinione pubblica e dei <strong>mercati globali</strong>. E talvolta queste soluzioni provengono, per contrasto, proprio dalle millenarie culture di quegli stessi paesi del sud-est asiatico il cui impatto ambientale fa spesso scattare il campanello di allarme globale. Una di queste soluzioni sostenibili a cui accennavamo proviene dalle rive del Gange, il grande fiume Sacro dell’India, dalle cui acque vengono quotidianamente raccolte tonnellate di <strong>Corchorus</strong>, pianta della <em>famiglia delle tigliacee </em>meglio conosciuta come <strong>Juta</strong>, dal cui fusto si ricava quell’antica <em>fibra </em>i cui <strong>filati e tessuti </strong>vanno acquisendo nel mondo contemporaneo sempre più importanza proprio grazie alle caratteristiche ecologiche e ambientali che li distinguono. La juta, <strong>materiale al 100% riciclabile </strong>e <strong>biodegradabile</strong>, si appresta quindi a popolare sempre di più diversi settori della nostra vita quotidiana e del nostro sistema economico, specie per quanto riguarda i <strong>settori agroalimentare e ambientale</strong>. La "<em>fibra dorata</em>" ("golden fibre", questo è il nome con cui viene comunemente chiamata) non ha alcun impatto ambientale di nessun genere durante tutto il suo processo di lavorazione e per le sue qualità di robustezza e resistenza si pone come valida alternativa alle inquinanti e non biodegradabili materie e fibre plastiche o sintetiche. Per la sua versatilità la "fibra dorata" trova applicazione nei settori più diversi: Tessile, non tessile, packaging. Mentre riacquistano sempre più importanza i sacchi, di tutte le dimensioni, ad uso <em>agroalimentare</em>, ultimamente la juta sta prendendo sempre più piede nel <strong>settore geo-tessile </strong>come alternativa naturale a tutte le fibre sintetiche con le quali gareggia in robustezza ed efficacia, mantenendo come punti di forza caratteristiche naturali come la biodegradabilità. I geotessili di juta sono preziosissimi per stabilizzare il terreno in superficie, proteggere e favorire lo <strong>sviluppo delle sementi</strong> e delle piantagioni nel quadro di operazioni di rinverdimento. Ma il potenziale ecologico della <em>Golden Fibre </em>può esprimersi anche attraverso campagne di sensibilizzazione "di massa" rivolte ai singoli consumatori. Quelli citati sono solo alcuni esempi di come la juta stia affrontando con grande slancio la sfida del nuovo millennio, proponendosi come fibra le cui caratteristiche, provenienti da una storia centenaria, ben si sposano con le esigenze di una società attenta alle problematiche ambientali, una società che, finalmente, speriamo stia prendendo forma.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1156235024667475602006-08-22T10:18:00.000+02:002006-08-22T10:23:45.890+02:001° Forum Mondiale - Stare fuori dal WTO<div align="justify">In Europa, ogni tre minuti scompare un'azienda agricola, negli ultimi 40 anni 7 milioni di superficie sono stati sottratti all'<em>attività agricola</em> e il numero degli agricoltori si è dimezzato negli ultimi 25 anni. Allo stesso tempo nell'ultimo cinquantennio si è assistito ad un aumento dei <strong>fattori di produzione agricola</strong>: gli agricoltori dell'Ue usano più del triplo di concimi inorganici rispetto al 1960 e 320000 tonnellate di pesticidi l'anno, vale a dire circa 2 kg per ettaro coltivato. Assistiamo all'intensificazione e concentrazione della <em>produzione agricola</em>, e gli ulteriori tagli della Politica Agricola Comunitaria, favoriranno un'ulteriore abbandono delle terre cosiddette marginali (collinari e montane che rappresentano l'85% del territorio italiano) verso zone di pianura e verso prodotti a basso valore aggiunto di lavoro, con eccessi di chimica, acqua, per prodotti di scarsa qualità che andranno ad ingrossare le periferie popolari, i discount vicino le sedi di squattrinati universitari, o le mense di lavoratori per un'alimentazione sempre più selettiva.<br />In Europa i consumi idrici per l'agricoltura sono aumentati in maniera esponenziale, e si aggirano sul 60% totale dei prelievi, in Italia l'acqua usata per l'irrigazione supera i 30 miliardi di metri cubi l'anno.<br />Le <strong>scelte agricole dell'Ue</strong> sono sempre più legate ai mercati internazionali, a nuovi fattori dì integralismo monetario come i continui tagli di spesa per la sacra difesa del patto di stabilità. Scelte che sotto dettatura del Wto tendono a privilegiare colture ad alta resa per ettaro fortemente idroesigenti. Le pratiche agricole basate sull'agricoltura iperintensiva impoveriscono il suolo, con tutte le conseguenze che ne derivano: erosione; blocco della naturale ricostituzione delle riserve idriche; perdita di fertilità dei terreni, con ulteriore aumento di fertilizzanti e pesticidi chimici, da cui l'inquinamento delle acque dolci e marine.<br />La produttività degli ibridi introdotti con la "<strong>rivoluzione verde</strong>" è avvenuta al prezzo di elevati input energetici esterni e di un notevole consumo di acqua, dell'uso massiccio di macchine a combustibile fossile e di prodotti agrochimici. Tali elementi hanno creato e continuano ad alimentare, da un lato, la dipendenza degli agricoltori dalle <em>multinazionali dell'agrobusiness </em>e, dall'altro gravi problemi per la biodiversità e per la salute generale dei territori e delle popolazioni. La situazione rischia di peggiorare drammaticamente se l'Ue deciderà sotto le pressioni delle <em>multinazionali agroalimentari </em>e, degli Stati Uniti di favorire la commercializzazione di <strong>sementi geneticamente modificate</strong> fortemente idrovore.<br />Dai movimenti sociali delle zone più remote del mondo arrivano invece chiare indicazioni sul valore di una diversa pratica agricola, di un'agricoltura fuori dalle regole del Wto (il cibo non è una merce), di un diverso ruolo della ricerca pubblica, l'<em>agricoltura contadina </em>garante della sovranità alimentare, del recupero e della valorizzazione di <em>culture agricole </em>che arricchiscono il terreno, valorizzino l'uso di varietà locali patrimonio di secoli di conoscenze contadine, varietà spesso dotate di resistenze genetiche a parassiti, stress ambientali e poco idroesigenti.<br />Le sottrazioni delle <strong>sementi </strong>e dei brevetti dalle mani delle multinazionali, considerandole invece patrimonio dell'umanità (richiesta fatta dai movimenti contadini a Porto Alegre a l'Unesco) possono essere scelte chiave nel ristabilire un rapporto equilibrato con l'ambiente e nel riportare il controllo delle produzioni agricole e della loro qualità nelle mani delle popolazioni, sottraendole alle multinazionali.<br />Lotte per l'acqua e lotte per la terra possono saldarsi nella riappropriazione, da parte dei cittadini, del diritto a governare il territorio in cui vivono. Occorre che il principio della sovranità alimentare e il diritto alla buona vita si affermino come valori generali nel regolare le relazioni tra paesi e tra popolazioni.<br />L'agricoltura nella totalità delle sue valenze rispetto al rapporto uomo-natura è un nodo cruciale per arginare la progressiva invasione delle risorse vitali e, al tempo stesso, promuovere nuovi valori. In questa battaglia per il diritto umano innanzitutto alla vita ma anche alla salute intesa come buona vita ciò che si produce sulla terra, e il come lo si produce, assume un'importanza centrale. E un buon uso dell'acqua è un requisito fondamentale perché possa realizzarsi un'"altragricoltura" per un'altra società. </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1155293718931807272006-08-11T12:52:00.000+02:002006-08-11T12:55:19.476+02:00Revocata l'autorizzazione ad un organismo di controllo in USA<div align="justify">Il <strong>National Organic Program</strong> (NOP) dell'US <strong>Department of agriculture</strong> ha revocato l'accreditamento dell'American Food Safety Institute International (AFSII). L'organismo, con sede a Chippewa Falls è stata incolpato di sette gravi violazioni della normativa del NOP. In una dichiarazione, il presidente di AFSII, il dott. Karl Kolb ha contestato "i recenti articoli con errori e interpretazioni scorrette sulla nostra partecipazione ad attività che fanno capo al National Organic Program”. Secondo Kolb "una recente verifica dei NOP ha rilevato alcune non conformità nelle nostre procedure per le quali ci sono state richieste azioni correttive che che abbiamo adottato entro il termine di 30 giorni. Abbiamo presentato per iscritto la nostra risposta con l'elenco delle azioni correttive e la nuova documentazione. Non abbiamo più ricevuto riscontro dall'Usda sulla valutazione della nostra risposta". Ha anche giudicato l'accusa di aver certificato impropriamente un <strong>produttore </strong>che aveva utilizzato <strong>sementi non biologiche </strong>come una clamorosa falsità. Secondo quanto previsto nell'atto di revoca dell'autorizzazione, ai principali dirigenti dell'AFSII e alle persone coinvolte nell'attività è vietata ogni direzione e partecipazione all'attività di certificazione dei produttori biologici, delle imprese di trasformazione, degli allevatori e dei raccoglitori di frutti spontanei per tre anni. I produttori e le imprese di trasformazione fin qui certificati dall'AFSII (in tutto circa 30 aziende) non possono più utilizzare il marchio dell'AFSII sui loro prodotti nè possono fare riferimento alla certificazione dell'AFSII sui loro documenti commerciali e nella pubblicità. Il NOP consente 30 giorni di tempo per sostituire etichette e materiale promozionale inserendo i riferimenti al nuovo organismo di controllo. Le aziende sono tuttora considerate certificati fino a revoca, sospensione o rinuncia alla certificazione (l'Usda sta comunque esaminando le pratiche di tutte le imprese certificate da AFSII).Lo Usda ha anche ordinato all'organismo di rimborsare a otto aziende ogni spesa necessaria per la ricertificazione presso un altro <em>organismo di controllo</em>. Il motivo principale della revoca dell'autorizzazione sta nell'individuazione di conflitti d'interesse: le norme del NOP vietano a un organismo di certificazione di fornire servizi di consulenza a propri clienti per un periodo di almeno 12 mesi prima della certificazione. L'AFSII era stato accreditato in conformità al NOP il 10 febbraio 2003. </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1154940395108735862006-08-07T10:44:00.000+02:002006-08-07T10:46:35.196+02:00Pillole di sementi - ALCUNE NORME PER IL COMMERCIANTE (5a parte)<div align="justify">- Non è consentito vendere <strong>sementi sfuse</strong>, ma solo confezionate da ditte munite di licenza e cartellinate conformemente alla norma<br />- La destinazione di <strong>semi per uso zootecnico</strong>, detenuti nel locale di vendita, va indicata con un apposito cartello<br />- Le <strong>sementi </strong>vanno conservate integre ed in luoghi freschi e asciutti; il venditore può rispondere della mancata rispondenza del prodotto alle indicazioni presenti, se le confezioni sono aperte o mal conservate </div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1154940180594032022006-08-07T10:39:00.000+02:002006-08-07T10:43:04.870+02:00La CIA realizza un atlante dei produttori che hanno ridato vita a tradizioni e coltivazioni ormai scomparse<div align="justify">La <strong>Confederazione italiana agricoltori </strong>(Cia) pensa che gli agricoltori siano gli ultimi paladini della biodiversità, i «custodi dei sapori e dei saperi» e raccoglierà nell’«atlante del <strong>seme </strong>perduto» tutti i produttori agricoli che «hanno ridato vita a tradizioni, a coltivazioni, ad usi e a culture secolari, conservando <strong>semi </strong>ormai sconosciuti, allevando animali che rischiano l’estinzione e continuando a preparare e curare produzioni di cui si sta perdendo traccia e che, invece, hanno costituito l’alimentazione delle generazioni passate, arricchendo le tavole e deliziando i palati. Il presidente nazionale della Cia, Giuseppe Politi ha già presentato i contenuti di una proposta al Parlamento per il riconoscimento giuridico di questi agricoltori e per finanziare l’attività di conservazione e di <strong>produzione di colture tradizionali </strong>e tipiche. «Il nostro obiettivo – ha detto Politi – è quello di valorizzare il sapiente ed oneroso lavoro di tanti agricoltori che da tempo si dedicano alla salvaguardia della <em>biodiversità</em>, alla tutela di una cultura e di una storia che affonda nei secoli. La realizzazione dell’Atlante non è, quindi, solo una sorta di guida o di ‘vademecum’ ai percorsi <em>agricolo-alimentari</em> di un tempo legati al territorio, ma deve anche rappresentare il giusto riconoscimento di chi ha scelto di operare per un´agricoltura ricca e variegata, per la preservazione della <strong>biodiversità rurale</strong>, per dare valore alla nostra civiltà contadina». La difesa della <strong>biodiversità agricola </strong>è prioritaria per la Cia. Che spiega come «negli ultimi cento anni nel mondo siano scomparsi i tre quarti delle diversità genetiche delle colture agricole». E attualmente più di 1350 sono in pericolo di estinzione. «Solo in Italia alla fine del diciottesimo secolo vi erano più di 8000 varietà di <em>frutta</em>, mentre oggi si arriva a poco meno di 2000», precisa la Cia. Le mele sono l’esempio più eclatante: «All’inizio del 1900 in Europa se ne conoscevano 5000 varietà. Adesso non superano le 1800. Un dato relativo all’Italia fa comprendere il quadro della situazione: circa l’80 per cento delle mele prodotte appartiene a solo quattro gruppi di cultivar: due americani (le rosse Red delicious e le gialle Golden delicious), uno australiano (le verdi Granny Smith) e uno neo-zelandese (le bicolori Gala)». Non va meglio per le specie di ortaggi: più del 90% delle <strong>sementi </strong>delle <strong>varietà commerciali di pomodori</strong>, cetrioli, peperoni, meloni, cocomeri, sono ibridi brevettati e molte delle delle varietà che ha più di 35 anni (il 3% del totale) rischia di scomparire definitivamente.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1154430336129328782006-08-01T13:00:00.000+02:002006-08-01T13:05:36.566+02:00Sementi di cotone Bt, quanto mi costate?di <a href="http://www.galileonet.it/Magazine/mag0630/0630_1.html">Nicola Nosengo</a><br /><div align="justify">Chi si oppone all'uso degli <strong>organismi geneticamente modificati </strong>in agricoltura lo fa, quasi sempre, a partire dalle preoccupazioni sui loro possibili effetti sulla salute e l'ambiente. Ma se ora a questi argomenti si aggiungesse anche il dubbio che in realtà le <em>coltivazioni Gm </em>siano più costose di quelle tradizionali, la vita diventerebbe davvero dura per i loro sostenitori. Per questo ha fatto rumore la notizia, arrivata in questi giorni, di una ricerca curata dalla statunitense Cornell University sulle <strong>coltivazioni di cotone Gm in Cina</strong>; da cui risulta che dopo sette anni di applicazione di queste <strong>sementi</strong>, gli agricoltori cinesi vedono sostanzialmente erosi i profitti che all'inizio avevano ricavato dal ridotto uso di pesticidi.<br /><em>La Cina è stato il primo paese a usare estensivamente il cotone Bt</em>, cioè modificato geneticamente per contenere la tossina prodotta dal <strong>Bacillus thuringiensis</strong>, che uccide il principale parassita della pianta, la larva nota come “bollworm”. Secondo quanto riportato da Per Pinstrup-Andersen della Cornell al meeting annuale della American Agricultural Economics Association a Long Beach, in California, per i primi tre anni i 481 agricoltori coinvolti nella ricerca avevano ridotto l'uso di pesticidi del 70 per cento rispetto alla coltivazione tradizionale, e avevano aumentato i profitti del 36 per cento. Tuttavia, nei quattro anni successivi si sono trovati a dover utilizzare la stessa quantità di pesticidi dei coltivatori tradizionali, fino a guadagnare l'8 per cento in meno di loro visto che le <strong>sementi Bt </strong>costano il triplo di quelle tradizionali. Il motivo? La scomparsa del bollworm aveva favorito la moltiplicazione di altre specie di parassiti, contro cui nulla può la tossina prodotta dallo stesso cotone. Per controllare questi parassiti secondari sono ora necessarie fino a 20 applicazioni di pesticidi nel corso di una stagione.<br />Il <strong>cotone Bt </strong>è stato ampiamente utilizzato nei quattro paesi che sono i maggiori <em>produttori mondiali di cotone</em> (Cina, Stati Uniti, India e Argentina) proprio per le garanzie economiche che sembrava fornire. Oggi rappresenta il 35 per cento delle <strong>coltivazioni di cotone nel mondo</strong>, ed è ampiamente utilizzato anche in Messico e Sud Africa. In Cina sono ben 5 milioni le <em>aziende agricole </em>che lo utilizzano.<br />Secondo Domenico Mariotti, responsabile della sede di Roma dell'Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Cnr, questi dati vanno però inquadrati nel particolare contesto dell'agricoltura cinese. “Prima di tutto, va ricordato che la coltivazione di cotone era praticamente scomparsa dalla Cina, ed è stata reintrodotta grazie al cotone Bt. Inoltre, in Cina le coltivazioni transgeniche sono state usate con un approccio troppo aggressivo e 'sfacciato', senza alcuna precauzione. Ci sono alcuni piccoli accorgimenti, usati per esempio dagli <em>agricoltori negli Stati Uniti</em>, che avrebbero permesso di prevenire questo problema. Per esempio creare delle zone di cotone tradizionale lungo il bordo dei campi coltivati con cotone Bt. In questo modo si mantiene una piccola popolazione di bollworm che continua a competere con altri parassiti mantenendo basso il loro numero. E si evita che lo stesso bollworm sviluppi resistenza alla tossina del Bt”.<br />Le valutazioni di Mariotti coincidono con quelle degli stessi responsabili dello studio, che invitano ricercatori e agricoltori a mettersi in cerca di soluzioni perché l'uso di cotone Bt non si tramuti in realtà in un uso ancora maggiore di pesticidi rispetto all'agricoltura tradizionale. Dall'introduzione di predatori naturali per tenere sotto controllo gli agenti infestanti, alla previsione obbligatoria di quelle aree rifugio <strong>coltivate con varietà non Ogm</strong>; fino a sviluppare ulteriori varietà della pianta in grado di tenere lontani anche gli altri predatori. “Che si sia contro o a favore degli Ogm, bisogna accettare il fatto che l'agricoltura è una costante lotta contro i parassiti delle piante" conclude il ricercatore del Cnr. "Più una pianta è resa produttiva, in particolare il cotone che è una pianta molto delicata, più la si priva delle sue difese naturali contro i parassiti, e questo vale anche per la selezione tradizionale fatta con gli incroci”.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1154015778281830332006-07-27T17:38:00.000+02:002006-07-27T17:56:25.510+02:00Cina: crolla il vantaggio offerto dal cotone Bt<div align="justify"><a href="http://www.lescienze.it/sixcms/detail.php3?id=12443">da Le Scienze Spa</a></div><div align="justify">A sette anni dall’introduzione della coltivazione su vasta scala di <strong>cotone geneticamente modificato</strong>, i vantaggi economici garantiti ai <em>coltivatori cinesi </em>dal suo uso sono svaniti. Il motivo – come hanno riferito i ricercatori della <a href="http://www.cornell.edu/" target="host">Cornell University</a> alla conferenza annuale della <a href="http://www.aaea.org/" target="host">American Agricultural Economics Association</a> (AAEA) in corso in questi giorni a Long Beach, in California – è che nuovi parassiti stanno aggredendo in maniera massiccia le <strong>coltivazioni di cotone Bt</strong>. Il cotone Bt deve il suo nome al gene mutuato dal Bacillus thuringiensis inserito nel vegetale per fargli produrre una tossina letale per le larve di Helicoverpa armigera, un lepidottero nottuide che rappresenta uno dei più importanti parassiti del cotone. Attualmente il <em>cotone Bt copre il 25 per cento della produzione mondiale </em>di questa fibra tessile. Dopo sette anni, però, le popolazioni di altri parassiti sono aumentate in misura tale da costringere i coltivatori a irrorare i campi con pesticidi un numero di volte molto maggiore anche rispetto agli standard precedenti all’introduzione del cotone Bt. Lo studio – il primo che ha esaminato l’<strong>impatto economico </strong>a lungo termine del cotone Bt – ha mostrato che per tre anni a partire dal 2001 i coltivatori che avevano utilizzato il <strong>cotone biotecnologico </strong>avevano ridotto di oltre il 70 per cento i consumi di pesticidi, conseguendo un guadagno del 36 per cento superiore a quello dei contadini che erano rimasti al cotone classico. A partire dal 2004, tuttavia, erano stati costretti a tornare a un livello di consumo di pesticidi pari a quello delle coltivazioni tradizionali, con un guadagno inferiore dell’8 per cento rispetto ai concorrenti tradizionali, a causa del maggior costo delle <strong>sementi Bt</strong>. Il problema non è legato allo sviluppo di parassiti resistenti al cotone Bt, come all’inizio si era pensato, ma ad altri parassiti che non sono sensibili alla tossina di B. thuringiensis, e che in precedenza erano tenuti sotto controllo dall’uso dei pesticidi ad ampio spettro d’azione. Secondo i ricercatori l’emergenza di questi parassiti “secondari” potrebbe rappresentare un grave problema per tutti i paesi che utilizzano cotone Bt su larga scala: Cina, India, Argentina e Stati Uniti, anche se in quest’ultimo paese, i produttori che usano cotone Bt sono per contratto vincolati a coltivare un’area ristretta anche a cotone tradizionale, che serva da rifugio per H. armigera e in cui utilizzare pesticidi classici. Una strategia utile a evitare l’insorgenza di mutanti resistenti al Bt, ma anche a ridurre la proliferazione degli altri parassiti.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1153833439353763712006-07-25T15:10:00.000+02:002006-07-25T15:17:21.130+02:00La colonizzazione delle sementi transgeniche<a href="http://www.greenplanet.net/Articolo16377.html">da GreenPlanet.net</a><br /><div align="justify">L'hanno definito progetto per la «<em>biosicurezza</em>» e riguarda alcuni paesi dell'Africa occidentale e dell'America latina. Ma ci sono buoni motivi per dubitare, se non altro perché tra i partners ci sono note organizzazioni legate all'industria biotech. Stiamo parlando dei due progetti promossi dalla Banca mondiale e dal Fondo globale per l'ambiente (Gef nell'acronimo inglese) gestito dalla medesima Banca. Scopo dichiarato è contribuire ad assicurare, in campo agricolo, protezione contro il pericolo di contaminazione tra <strong>semi originari </strong>e <strong>semi geneticamente manipolati </strong>- in base al protocollo di biosicurezza firmato a Cartagena nel 2000. L'impressione è che in realtà promuovano l'introduzione di <em>coltivazioni ogm</em>. I partners associati ai due progetti multimilionari sono: il Ciat (<strong>Centro internazionale di agricoltura tropicale</strong>, con sede in Colombia) e, manco a dirlo, tre note organizzazioni di promozione delle coltivazioni transgeniche legate a industrie biotecnologiche: <strong>Croplife</strong>, <strong>AfricaBio </strong>e <strong>Public Research </strong>and <strong>Regulation Initiative</strong>. Sotto la copertura di ricerca scientifica si tenta di legittimare la <strong>contaminazione di sementi </strong>che sono la base dell'<em>economia contadina </em>per creare, alla fine, dipendenza dalle varietà controllare dalle industrie. Il West Africa regional biosafety project riguarda Mali, Burkina Faso, Senegal e Togo, mentre obiettivo del Latin American multi-country capacity building in biosafety sono Brasile, Colombia, Costa Rica, Messico e Perù. Il progetto prevede l'introduzione di <strong>semi OGM di mais</strong>, patate, yucca, cotone e riso: eppure, escluso il riso, si tratta di <em>varietà vegetali </em>di cui quegli stessi paesi sono centri di origine e biodiversità. Comprensibile quindi l'allarme tra le organizzazioni della società civile locali, consapevoli che la <em>contaminazione transgenica</em> a cui si espongono le coltivazioni originarie, fondamentali per l'economia delle popolazioni rurali, è un rischio inaccettabile: una vera e propria minaccia alla sovranità alimentare e alla biodiversità di quei paesi.Tra i primi a partire all'attacco, con un'analisi congiunta sui rischi ambientali e sociali che i progetti rappresentano, ci sono: il Centro africano per la biosicurezza (Acb), la Rete per un'America latina libera dal transgenico (Rallt) e le organizzazioni ambientaliste internazionali Grain e Gruppo Etc. I progetti prevedono anche «<strong>corsi di formazione in biosicurezza</strong>» promossi dal Gef e dalla Banca mondiale. In pratica, ignorando le organizzazioni contadine e indigene contrarie a introdurre sul campo varietà ogm, le stesse vengono «inviate» a imparare i nuovi metodi scientifici studiati per contrastare il <em>rischio contaminazione</em>: «Una farsa di partecipazione pubblica il cui obiettivo reale è promuovere <strong>leggi di biosicurezza </strong>che favoriscano le industrie biotecnologiche» denuncia Eva Caranzo del Coordinamento biodiversità di Costa Rica. Nel caso africano si tratta di coltivazioni sperimentali mentre quello latinoamericano prevede appunto corsi di formazione per controllare la contaminazione tra OGM e piante originarie. Vien da chiedersi come faranno per impedire al vento di trasportare i pollini da una coltivazione all'altra; evidentemente, in entrambi i casi, i promotori dei progetti danno per scontato che gli OGM continueranno a essere introdotti, e che la contaminazione sarà inevitabile - i metodi scientifici per contrastarla sono fumo negli occhi. Silvia Ribeiro del Gruppo Etc ricorda la contaminazione transgenica del mais originario in Messico, dove non è stato fatto nulla per evitarla. Anzi, proprio una legge sulla biosicurezza votata dal governo messicano ha permesso di lasciare impunita la Monsanto e le altre imprese responsabili della contaminazione illegale, tanto che è stata ribattezzata «Legge Monsanto». Secondo Grain, i progetti in questione rispondono chiaramente a un processo che non prevede la partecipazione diretta delle nazioni coinvolte, ma che fa parte di una strategia della Bm e del governo Usa per «armonizzare» i regolamenti regionali sull'introduzione di OGM: stabilire regole favorevoli all'introduzione di ogm in paesi chiave e poi usarle come modello da imporre ad altri stati della regione attraverso organismi sovranazionali, così da bypassare qualsiasi dibattito democratico e aprire un grande mercato unico per le <strong>trasnazionali produttrici di sementi </strong>geneticamente modificate. Il disprezzo per l'opinione delle organizzazioni contadine ed indigene è evidente anche dal fatto che entrambi i progetti circolano solamente in inglese; non in francese, una delle lingue principali del continente africano, né in spagnolo o portoghese nel caso latinoamericano.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1153490271960648632006-07-21T15:53:00.000+02:002006-07-21T15:57:52.110+02:00Agricoltura mediterranea – Prove di «complementarietà»<div align="justify">da <a href="http://www.vglobale.it/NewsRoom/index.php?News=2429">Villaggio Globale</a></div><div align="justify">L'agricoltura dell'area mediterranea sta crescendo velocemente e pone da tempo problemi di mercato. La parola «magica» per affrontare questi nodi ed evitare che diventino tensioni è la «complementarietà». Accolta con non poche perplessità, ormai è ritenuta l'unica soluzione capace di impedire una rovinosa <em>guerra commerciale tra le agricolture </em>dei Paesi mediterranei. <strong>Frutta </strong>e <strong>ortaggi </strong>sono i prodotti tipici della regione ed il loro naturale mercato di sbocco sono i Paesi nordeuropei. Ma l'accesso, oltre ad essere reso difficoltoso da un intrico di norme doganali, sanitarie e commerciali, è controllato da <strong>importatori </strong>la cui <strong>forza contrattuale </strong>è di gran lunga superiore a quella dei <strong>produttori</strong>. In condizioni di inferiorità si trovano soprattutto i Paesi nordafricani e mediorientali, costretti sia a farsi concorrenza fra loro, sia a competere con i Paesi della riva europea, in particolare Spagna, Italia e Grecia. Già oggi pesante, la situazione minaccia di diventare esplosiva dal 2010, con l'istituzione della zona di libero scambio (Zls) prevista dalla Conferenza di Barcellona del 1995. In questa prospettiva, la complementarietà appare la sola alternativa alla competizione selvaggia. Realizzarla, però, non è semplice. Occorre organizzare l'<em>attività produttiva</em> affinché l'arrivo dei <em>prodotti sul mercato </em>sia scaglionato in tempi corrispondenti all'andamento della domanda, in modo da evitare che l'offerta si concentri nei medesimi periodi e, risultando eccessiva, provochi la caduta dei <strong>prezzi alla produzione</strong>. Non è sufficiente, però. Occorre anche che i prodotti abbiano caratteristiche corrispondenti agli standard internazionali sia di qualità, sia igienico sanitari, sia di presentazione commerciale. Emerge con evidenza, quindi, la necessità di un profondo ammodernamento dell'attività produttiva nei Paesi Terzi Mediterranei (Ptm), con l'adozione di <strong>metodi agronomici </strong>che consentano di valorizzare le tipicità, migliorare la qualità e garantire la salubrità dei prodotti grazie all'applicazione di tecniche di produzione integrata, cioè a basso impiego di fitofarmaci ed a basso impatto ambientale. Indispensabili appaiono sia la riorganizzazione dell'approvvigionamento dei mezzi di produzione (piante, <strong>sementi</strong>, concimi, fitofarmaci), sia l'organizzazione della gestione post raccolta (stoccaggio, condizionamento, calibratura, refrigerazione, imballaggio), sia la realizzazione dei marchi commerciali e di etichettature che assicurino la tracciabilità, cioè l'indicazione dei principali passaggi del prodotto, dal campo al banco di vendita. In pratica si tratta di allestire, per ogni prodotto, l'<em>intera filiera</em>. La collaborazione tra operatori privati è decisiva, ma potrà risultare efficace solo nell'ambito di accordi internazionali tra istituzioni politiche ed organismi associativi. Su questo terreno la Puglia è all'avanguardia, con due importanti progetti di cooperazione con l'Egitto, uno già in corso, l'altro pronto a partire. Nell'ambito del <strong>Corridoio Verde </strong>italo-egiziano, finanziato con la riconversione dei debito dell'Egitto verso l'Italia, è stato predisposto un progetto sperimentale che ha come protagonisti la Confcooperative di Puglia e l'ente egiziano che sta realizzando il programma di sviluppo rurale della Noubaria occidentale, un'area di 14mila ettari su cui sono stati costruiti 19 villaggi con una popolazione complessiva di 70mila abitanti. A fornire supervisione ed assistenza tecnica al progetto, che ha preso il via nel febbraio scorso e si concluderà entro il prossimo dicembre, sono l'Ambasciata d'Italia al Cairo e l'<strong>Istituto Agronomico Mediterraneo </strong>di Bari del Ciheam. Finalità del progetto è la produzione in Noubaria di <strong>ortaggi </strong>e <strong>frutta </strong>che la Confcooperative di Puglia importerà in Italia e distribuirà sul mercato europeo. Gli accordi stipulati comprendono anche una stretta collaborazione tra i tecnici locali e quelli delle cooperative pugliesi partner. Il primo prodotto in arrivo è l'<strong>uva </strong>di varietà apirene (cioè senza <strong>semi</strong>), che sarà <em>importata </em>(e venduta in Europa) fino a quando non sarà pronta per il mercato l'uva da tavola italiana. Il secondo progetto è ancora più complesso ed impegnativo ed è stato promosso nell'ambito del Programma di sostegno alla Cooperazione Regionale con i Paesi della riva Sud del Mediterraneo e con quelli dei Balcani occidentali dalla Regione Puglia, che si propone come capofila di un gruppo di Regioni italiane dal Friuli Venezia Giulia alla Calabria, dal Veneto alla Campania, dall'Emilia Romagna alla Basilicata, dal Lazio alla Sicilia, dalla Toscana all'Abruzzo ed alla Sardegna. All'attuazione parteciperanno l'Iam di Bari, l'Università di Bari, l'Università di Foggia e le organizzazioni professionali. Partner egiziani saranno il Ministero dell'Agricoltura, il Ministero del Commercio Estero, l'Unità di implementazione dell'Accordo di Associazione ed i Governatorati dei territori nella zona del Delta del Nilo (Damietta ed Alessandria) scelti per la localizzazione degli interventi. L'attuazione richiederà due anni a partire dal 2007. Oltre all'<strong>importazione degli ortofrutticoli</strong> egiziani, è previsto il reclutamento in Egitto di manodopera stagionale per i lavori nei campi italiani. Il progetto, che è stato denominato «Attivazione di sistemi produttivi integrati tra l'Italia e l'Egitto», sarà presentato alla stampa italiana dall'assessore al Mediterraneo della Regione Puglia, Silvia Godelli, e dal vice ministro dell'Agricoltura egiziano, Hamdy Emara, che è anche direttore del Programma di sviluppo rurale della Noubaria occidentale. L'appuntamento con i giornalisti è stato fissato per il 29 giugno prossimo, alle ore 12, nella sede dell'Iam di Bari, a Valenzano.</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1153489811957616892006-07-21T15:44:00.000+02:002006-07-21T15:50:12.250+02:00Ogm Assobiotech chiede la coesistenza<div align="justify">Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, risponde duramente alle dichiarazioni di Roberto Gradnik, presidente dell’Assobiotech (aderiente a Federchimica) che polemizzava sulle richieste di <em>coltivatori ed ambientalisti italiani </em>per aree <strong>Ogm free </strong>e difendeva la coesistenza tra agricoltura biotech e tradizionale che la Ue sembrerebbe voler avallare. «Il principio di precauzione e il riconoscimento dei <strong>diritti degli agricoltori </strong>che chiedono di continuare a praticare l’<em>agricoltura di qualità </em>e non contaminata non sono scappatoie – dice Della Seta – avallare la coesistenza a tutti i costi è una politica suicida, alla quale il nuovo governo deve opporsi. La posizione comunitaria sulla coesistenza rischia di favorire la <em>contaminazione transgenica</em>, compromettendo definitivamente il futuro dell´<strong>agricoltura europea e italiana </strong>fondato sulla qualità, che oggi rappresenta un patrimonio economico e di biodiversità inestimabile. Ricorrere poi al cavallo di Troia della bioenergia per aprire alle colture geneticamente modificate nel nostro Paese sarebbe un grave errore». 15 regioni e oltre 2300 i comuni italiani sono già Ogm free per difendere 153 prodotti a marchio Dop e Igp e 353 Doc e Docg. L’Italia è anche al primo posto in Europa per produzioni tipiche (4.100 i <strong>prodotti agroalimentari tradizionali</strong>), e per le produzioni biologiche con 1.162.212 ettari, il 7% della superficie agricola. «E’ assolutamente necessario – conclude Della Seta – che il nostro governo assuma invece un ruolo di primo piano per spronare la Commissione europea a introdurre una soglia di “contaminazione accidentale” dello 0,1%, cioè pari al livello di rilevabilità, sia per tutte le sementi, sia per le produzioni biologiche».</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1153488896006945642006-07-21T15:29:00.000+02:002006-07-21T15:34:58.193+02:00Pillole di sementi - LA GERMINABILITA' (4a parte)<div align="justify">La <strong>germinabilità della semente</strong> è variabile in funzione della specie e del tipo di imballaggio utilizzato:<br />- per imballaggi non a tenuta di umidità (sacchi in iuta, cotone, carta ecc.): 12 mesi (9 mesi per i <em>cereali</em> e i <em>legumi</em>; 6 mesi per le ortive);<br />- per imballaggi a tenuta di umidità (recipienti metallici, buste a chiusura ermetica ecc.): 30 mesi.<br /></div><div align="justify">Il termine va calcolato dalla data riportata sul cartellino. </div><div align="justify"> </div><div align="justify">L' <strong>ENSE</strong> garantisce la qualità del materiale di cui verifica produzione e confezionamento</div><div align="justify">L'<strong>Ispettorato Centrale Repressione Frodi </strong>esegue controlli e prelievi presso le ditte selezionatrici, i commercianti all'ingrosso e al dettaglio, e presso gli agricoltori.</div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a></div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1151071128634769062006-06-23T15:57:00.000+02:002006-06-23T15:58:48.926+02:00De Castro: niente protezionismi, ma barriere anti-concorrenza sleale<div align="justify">da <a href="http://www.greenplanet.net/Articolo15600.html">GreenPlanet</a></div><div align="justify">«Per facilitare il <em>consumo dei prodotti italiani </em>è necessario il rispetto delle regole e norme che evitino le distorsioni di concorrenza». Il ministro per le Politiche agricole, Paolo De Castro, traccia la linea su cui cercherà di stringere <em>alleanze all’interno dell’Unione Europea</em>. Il primo banco di prova è arrivato dal consiglio dei ministri dell’Agricoltura che ha affrontato il problema del <strong>rapporto tra colture biologiche e OGm</strong>. Spiega il ministro: «I vecchi strumenti di aiuto all’agricoltura, piccole sovvenzioni sparpagliate, non servono più. Occorre una <strong>politica agraria </strong>nuova, non protezionistica, con un’attenzione particolare alla <em>grande distribuzione</em>». Anche perché gli aiuti sono un semplice palliativo visto che «è inutile produrre a Niscemi carciofi senza anticrittogamici se poi nel mercato troviamo gli ortaggi egiziani coltivati con prodotti da noi considerati nocivi». Ecco perché «è necessario far rispettare le regole Ue agli altri Paesi» e per farlo «serve una presenza europea che crei un sistema di regole che eviti <em>la distorsione della concorrenza</em>».In questo quadro, allora, è possibile puntare al mercato mondiale. Spiega il ministro: «Le nostre imprese per crescere devono uscire dal mercato nazionale ormai saturo e diventare più forti nei mercati esteri ed in questo può diventare importante e <strong>strategica la grande distribuzione</strong>». De Castro prende come modello la Francia e l’esperienza che ha legato i <em>produttori agricoli transalpini </em>con Carrefour: «Dovremo trovare il modo per riuscire ad avere anche in Italia un'alleanza strategica che porti i nostri prodotti non solo negli scaffali della distribuzione nazionale ma anche in quella degli altri Paesi». Torniamo al biologico, alla necessità di dare un quadro giuridico di questa produzione in Europa. La posizione dell’Italia è chiara: «Nel <strong>settore del biologico</strong> pretendiamo una soglia delle <strong>sementi Ogm free </strong>che sia molto al di sotto dello 0,9% previsto per le colture convenzionali», spiega il ministro. Solo lo zero strumentale, infatti, «ci dà la massima garanzia. La questione riguarda le <strong>sementi </strong>destinate alla <em>produzione biologica certificata</em> Ogm free, quindi non possiamo avere la stessa soglia di tolleranza prevista per le <strong>sementi tradizionali</strong>». La Commissaria europea all’agricoltura Mariann Fischer Boel sostiene invece l’applicazione anche al biologico della stessa soglia di tolleranza sulla presenza fortuita di Ogm applicata alle produzioni tradizionali. In caso contrario, la commissaria ritiene che i <em>costi di produzione </em>sarebbero molto elevati per il biologico. Il confronto, dunque si annuncia serrato anche se la linea dell’Italia che punta alla riduzione dell'attuale tasso di tolleranza potrebbe trovare l’appoggio di Austria, Belgio, Polonia, Grecia, Lituania, Lettonia, Slovenia e Cipro. Il fronte, però, potrebbe allargarsi anche a Francia e Spagna. De Castro è stato invitato a recarsi nelle prossime settimane a Parigi dal collega francese, Dominique Bussereau. Il ministro italiano incontrerà poi a fine giugno la collega spagnola, Elena Espinosa, in occasione del vertice Ufficio internazionale del vino e della vite (Oiv). In quell’occasione De Castro dovrebbe affrontare anche la problematica della presenza di trucioli nel vino. Sul fronte interno il ministro, nel corso di un comizio a Palermo, ha annunciato la possibilità di allungare i tempi per il pagamento rateizzato del contributo unificato. Secondo De Castro «non ci sarà nessun condono tombale per le migliaia di agricoltori italiani che dovranno pagare i contributi agricoli unificati. Pagheranno, ma pagheranno il giusto e con una rateizzazione la più lunga possibile, invece dei 15 anni proposti dal ministro Alemanno, si può arrivare a 20 anni».</div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a> </div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1151066867174443612006-06-23T14:46:00.000+02:002006-06-23T14:47:47.300+02:00Lussemburgo: vuole diventare area "Ogm free"<div align="justify">Il Lussemburgo non vuole che gli <strong>organismi geneticamente modificati</strong> (Ogm) vengano utilizzati sul suo territorio. "Noi vogliamo diventare una zona libera da Ogm", ha spiegato ai giornalisti il ministro per l'agricoltura lussemburghese Fernand Boden, in margine alla riunione informale dei ministri dell'agricoltura dell'Ue in corso a Krems, nel nord dell'Austria."Ritengo che in Lussemburgo sia più ragionevole che tutti gli agricoltori si raggruppino per dire in una carta volontaria: <em>non vogliamo gli Ogm</em>", ha dichiarato. Del resto, ha proseguito, "la nostra agricoltura è molto parcellizzata ed è difficile assicurare la coesistenza". Boden ha anche spiegato che il governo del Granducato ha "elaborato un progetto di legge, già inviato alla Commissione europea, in cui si dice che vogliamo diventare una zona libera di Ogm". Per il ministro lussemburghese sono due le decisioni che deve prendere la Commissione Ue. In primo luogo "è necessaria una normativa quadro comunitaria altrimenti - ha detto - non troveremo una soluzione, in quanto ora tutti fanno quello che vogliono". Inoltre, "la Commissione europea dovrebbe definire e proporre le <strong>soglie di tolleranza per le sementi</strong>, a partire dalle quali sono calcolati le distanze per garantire la coesistenza tra colture Ogm e Ogm free". Personalmente - ha concluso Boden - "ritengo comprensibile che alcuni regioni europee possano dichiararsi Ogm free ed in altre siano invece autorizzati. Si parla molto di sussidiarietà e nell'ambito di un quadro determinato si potrebbe dare loro questa possibilità.</div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a> </div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1151066430191754942006-06-23T14:37:00.000+02:002006-06-23T14:40:30.290+02:00OGM. Eurobarometro: il 58% degli europei è contrario. Il commento di Coldiretti<div align="justify">da <a href="http://www.helpconsumatori.it/news.php?id=8365">HelpConsumatori</a></div><div align="justify">21/06/2006 - Coldiretti commenta i risultati dello studio sul biotech di Eurobarometro. Secondo la confederazione "I risultati che emergono dal sondaggio rappresentano il giudizio più importante che le autorità Europee devono seguire nel compiere le prossime scelte".<br />Oltre il 50% dei cittadini europei è favorevole all'uso del biotech in campo medico, mentre 58 europei su 100 si dicono invece contrari allo sviluppo degli <strong>Ogm in agricoltura </strong>e nei <em>settori alimentari</em>. Lo rileva uno studio di Eurobarometro sulla bioetica. "Il fatto che la grande maggioranza dei cittadini europei - ha commentato Coldiretti - ritiene che non bisogna incoraggiare lo sviluppo degli <em>Ogm nell'agricoltura </em>e nelle derrate alimentari dimostra la necessità di rispettare il principio di precauzione e di investire nella ricerca per evitare di aprire la strada al rischio di contaminare irreversibilmente l'ambiente e di danneggiare la salute dei cittadini".<br />I risultati che emergono dal sondaggio rappresentano - sostiene la confederazione - il giudizio più importante che le autorità Europee devono seguire nel compiere le prossime scelte, anche in riferimento alla proposta di introdurre inaccettabili soglie di contaminazione per le <strong>sementi agricole</strong>. In Italia - precisa la <a title="esci dal portale e vai al sito di Coldiretti" href="http://www.coldiretti.it/">Coldiretti</a> - 11 regioni, 2355 comuni, 41 province e 50 comunità montane hanno già aderito alla campagna "liberi da Ogm" sostenuta dalla <strong>Coldiretti </strong>per impedire la contaminazione da biotech del proprio territorio e per conservare il proprio patrimonio ambientale e alimentare. L'Italia - conclude la Coldiretti - con il primato europeo nella qualità alimentare, ottenuto proprio grazie al divieto di coltivazioni Ogm nei campi nazionali e alla leadership nei <strong>prodotti tipici e biologici</strong>, è tra i paesi in Europa maggiormente interessati al rispetto del principio di precauzione per evitare scelte irreversibili a danno delle imprese e dei consumatori.</div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a> </div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-9238588.post-1151066102487721182006-06-23T14:31:00.000+02:002006-06-23T14:35:03.016+02:00Due seminari di agricoltura biologica sui sementi“<strong>Sementi e materiali di propagazione</strong>” e “<strong>L'assenza di OGM nei mangimi</strong>” il 5 luglio.<br /><br /><div align="justify">Tra le varie problematiche che il <em>produttore biologico </em>si trova ad affrontare assumono particolare rilievo la scarsa disponibilità di <strong>sementi </strong>e materiali di propagazione da <em>produzione biologica </em>e il rischio di contaminazione da OGM dei mangimi zootecnici. Questi temi sono stati considerati prioritari per l’agricoltura biologica dai <strong>Gruppi Temporanei di Competenza </strong>(GTC) “Orticoltura biologica” e “Zootecnia Biologica” che si sono costituiti nell’ambito del Progetto PrISMA. I GTC sono composti da consulenti agricoli chiamati da Veneto Agricoltura a fare da promotori e animatori della futura Comunità professionale dei consulenti in agricoltura biologica. Sarà questo il luogo in cui i consulenti troveranno informazioni, servizi divulgativi e occasioni di incontro, crescita e condivisione della propria professionalità. La crescita della Comunità professionale dei <em>consulenti in agricoltura biologica </em>potrà rafforzare l’intero settore biologico del Veneto: le <strong>aziende agricole </strong>e di trasformazione potranno così acquisire nuove conoscenze, servizi informativi e formativi, sviluppare relazioni tra i diversi soggetti della filiera. A breve sarà disponibile, sul sito di Veneto Agricoltura, lo sportello BioInforma, da cui sarà possibile accedere a banche dati, forum di discussione, corsi di formazione e-learning ed altri servizi dedicati a tutto il settore dell’agricoltura biologica. La prima sessione del seminario mira ad esaminare la <strong>disponibilità di sementi biologiche</strong>, con particolare riferimento all’orticoltura; è previsto l’intervento dei diversi rappresentanti del settore: agricoltori, <strong>produttori di sementi</strong>, responsabili della certificazione bio, distributori. Nella seconda sessione si cercherà di dare alcune risposte ai dubbi dei produttori sul rischio OGM nell’azienda biologica. Verrà affrontato così il rischio di contaminazione e sarà illustrato come attivare la certificazione “no OGM” a livello aziendale. </div><div align="justify"> </div><div align="justify">INFORMAZIONI: Segreteria organizzativa di Veneto Agricoltura - Settore Divulgazione Tecnica e Formazione Professionale - via Roma 34 - 35020 Legnaro (PD). Tel. 049/8293920 Fax 049/8293909 e-mail: <a href="mailto:divulgazione.formazione@venetoagricoltura.org">divulgazione.formazione@venetoagricoltura.org</a></div><div align="justify"> </div><div align="justify">Articolo su <a href="http://sementi.blogspot.com/">http://sementi.blogspot.com/</a> </div>Garpezhttp://www.blogger.com/profile/14969716663887204793noreply@blogger.com